domenica 3 aprile 2016

La nostra percezione del tempo che passa

Cari Xander e Kiki,
vi riporto un posto scritto su 18mq, dove faccio qualche considerazione sulla percezione che abbiamo del tempo che passa.

"Che giorno è? Da quanto sono qui? Ho già mangiato? E’ già ora di cena. Mi è saltato completamente il senso del passare del tempo. Non riesco più a posizionarmi su un’asse temporale.
Ma cosa ho fatto nelle ultime 3 settimane, non 3 ore, 3 settimana?

Sapete, da quando sono entrato nei 18mq mi sono messo in modalità “qui e ora”, che implica anche il non tenere il tempo. Non ho orologio al polso, guardo l’ora solo per il Dance Time e durante la notte nell’attesa del mattino.
Ho i miei riti quotidiani, ma non mi servono per segnare il tempo, mi servono per riempire il tempo.
La sensazione è strana, un po’ di smarrimento e un po’ di leggerezza. Un po’ mi fa paura, perché è una sensazione nuova, non ho quell’apparente senso di controllo che tutti noi pensiamo di avere del nostro tempo.

Il tempo è un elemento importantissimo della nostra vita, consideriamo la nostra vita come un lasso di tempo che dobbiamo riempire in qualche modo. Ogni anno festeggiamo il nostro compleanno, non per festeggiare la nostra venuta al mondo, l’essere vivi, ma per segnare il tempo che passa. Per segnare a che punto del percorso, di cui conosciamo l’inizio ma non la fine, ci troviamo e lo proiettiamo sul futuro, “soffia ed esprimi un desiderio!!!”.

Il tempo è la nostra vita, tutti lo conosciamo, lo teniamo sotto controllo. Alcuni cercano anche di gestirlo.

Da Einstein, sappiamo che il tempo è relativo, non è un valore assoluto, non ha un ritmo costante ma è relativo allo spazio e alla velocità.

Io credo, che il Nostro tempo, non quello di Einstein, non quello che regola l’universo, ma il tempo della Nostra Vita, il tempo del trascorrere della nostra vita, il passare del tempo che noi percepiamo, sia legato all’attività del nostro cervello.

La sensazione che proviamo tutti, è questo senso di accelerazione del tempo con il passare degli anni, con il passare del tempo stesso. Ci sembra che ci sia una formula matematica che dice: più candeline sulla torta, meno tempo fra una torta e l’altra. Quante volte, noi adulti, diciamo: ”è già natale, ma mi sembra di aver festeggiato ferragosto solo ieri”, “e passato un altro anno e non me ne sono accorto” e tantissime altre frasi del genere. Più diventiamo grandi, più invecchiamo e più ci sembra che il tempo acceleri, che passi velocissimo.
Chi non si ricorda quando invece, il tempo non passava. Quando aspettavamo con fremito che il tempo passasse. Era i nostri primi anni di vita. Ogni anno scolastico era un’era geologica per noi. Fra una vacanza e l’altra, un’eternità. Il tempo non passava, ci sembrava di essere sempre piccoli, i traguardi dei 14, 16 e 18 anni erano scalate verso il futuro. Riportate quei lassi temporali nella vostra vita da adulto, 2 anni sono ieri, 4 l’altro ieri. Se avete dei figli, vi è più facile capire. “Oramai è grande, ha 10 anni e mi sembra di averlo tenuto in braccio per la prima volta solo ieri”. Vi ricordate invece voi, quel traguardo dei 10 anni, una vita intera per arrivarci…
E perché questo? Spazio e velocità? No, la causa è il nostro cervello e la nostra attenzione alla vita che viviamo qui e ora. La causa è l’attività del nostro cervello, il tempo si intensifica quando il nostro cervello deve elaborare nuove esperienze. Il tempo passa veloce quando viviamo il già vissuto, quando viviamo nella routine.
Avete presente quella sensazione di quando fate un weekend in una nuova città, di “cavolo siamo in vacanza da 3 giorni ma mi sembra di non andare in ufficio da 3 mesi”. Quando usciamo dalla nostra routine, ricominciamo ad avere la percezione del tempo che passa, dandogli valore.

Ho fatto l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove erano obbligatori 3 esami di teologia. Fortunatamente nei tre, ne ho fatto uno con Don Giussani, personaggio discusso e amato nello stesso tempo. Io so solo che è stato il primo a spiegarmi come funziona il nostro sistema di apprendimento, a cui ho poi legato il concetto della nostra percezione del passare del tempo. Della nostra percezione del tempo che passa. Mi sembra un attimo, mi sembra una vita.
Ogni volta che facciamo qualche cosa di nuovo, tutti i nostri sensi sono attivi, tutti connessi al cervello a cui mandano le informazioni che rilevano. Odori, colori, rumori, sensazioni, ecc. Siamo un sistema di sensori attivi al 100%. Il cervello riceve le informazioni, le elabora, le analizza e le cataloga. Crea il primo schema/modello di quella nuova esperienza e lo archivia nella nostra memoria esperienziale. La prima volta in pizzeria: elaboriamo tutto, colore delle pareti, posizione dei tavoli, colore della tovaglia, arredamento del tavolo, il forno, come si fa una pizza, i vari tipi di pizza. Come si ordina al cameriere, come si mangia una pizza, il gusto della pizza. Un’attività molto intesa, tutti i nostri sensi e soprattutto il cervello lavorano tantissimo.
Il cervello lavora in tempo reale per creare lo schema/modello dell’esperienza “andare in pizzeria”. Andiamo la seconda volta in pizzeria, e inizia ad arricchire l’esperienza “andare in pizzeria”, il cervello paragona le informazioni raccolte la prima volta con quelle nuove e migliora il suo modello di andare in pizzeria. Ogni giro in pizzeria, un piccolo miglioramento. Fino a quando il modello è praticamente completo e comprende il 99% di possibili diverse esperienze che si possono fare in una pizzeria. Da quel momento in poi, quando andiamo in pizzeria il cervello passa in modalità schema/modello, cioè non elabora più tutto la realtà ma solo le cose fuori schema/modello. Da quel momento vi ricorderete di essere andati in una pizzeria solo per qualche cosa di estremamente nuovo, fuori dallo schema/modello. Vi ricorderete se la pizza è particolarmente buona o cattiva, se il cameriere è stato particolarmente scortese. Non vi ricorderete sicuramente, il colore della tovaglia o la faccia del pizzaiolo.
E cosi per tutte le esperienze della vita.

Appena nati tutto è nuovo, il nostro cervello lavora tantissimo nei primi 15/20 anni della nostra vita, dove elabora e crea lo schema/modello di tutte le esperienze base della nostra vita. Poi, per ogni cosa che faremo, dal lavarci i denti alla mattina a scalare una montagna, cercherà nella memoria esperienziale quello schema/modello più vicino a quello che stiamo facendo, e lo userà per interpretazione la realtà. Se non trova nessuno schema/modello, allora si attiverà e inizierà a raccogliere i dati dai 5 sensi ed elaborare le informazioni. Il cervello è attivo e noi percepiremo il passaggio del tempo.
Quando la nostra vita diventa ripetitiva, lui inizia a lavorare meno, non elabora più la realtà, ci traduce la realtà in schemi/modelli senza elaborarla, senza viverla più nella realtà. Se non vivi nella realtà, il tempo non trascorre, si ferma e i giorni passano, le settimane passano e arriva la nuova torta con una candelina in più.

Perché funziona così? Per spirito di conservazione, perché elaborare la realtà è un lavoro molto intenso e faticoso. Il nostro cervello riceve ogni secondo 60 milioni di informazioni dall’esterno. Per minimizzare lo sforzo, quando viviamo un’esperienza già vissuta, lui ci propone lo schema/modello di quell’esperienza, così non è costretta a elaborare nuovamente tutte le informazioni, con il relativo sforzo. Quanti di voi si ricorda con facilità cosa avete mangiato ieri a pranzo? Dove avete parcheggiato la macchina l’ultima volta che siete andati al supermercato? Sono cose che avete fatto e vissuto, ma perché non le ricordate? E si, che vi ricordate cosa avete mangiato 10 anni fa in quel ristorante spagnolo a Madrid. La risposta è cervello attivo, cervello passivo. La prima volta che fate qualche cosa, il cervello è attivo, sta vivendo la realtà perché la deve elaborare, analizza tutti i dati che arrivano dai sensi. Fate una cosa già fatta diverse volte nella vostra vita e il cervello rimane passivo. Il cervello vi passa lo schema/modello, non sta elaborando la realtà.

Facciamo cose nuove, il cervello è attivo per rilevare le informazioni, viviamo nella realtà e il tempo si allunga. Facciamo qualche cosa già fatta tante volte, e il cervello non elabora la realtà e ci passa il relativo schema/modello, non viviamo nella realtà ma della memoria esperienziale, il tempo si accorcia, si annulla. Non percepiamo il tempo passare ma soprattutto non viviamo a pieno.

Sicuramente la prima risposta del cervello alla richiesta di “attivarsi”, sarà una bella intenzione. Non fermatevi a quella, passate ai fatti.

Quando viviamo sempre la stessa realtà, quando facciamo sempre le stesse cose. Quando entriamo nella routine, perdiamo il senso del trascorre del tempo. Quando viviamo una nuova esperienza, facciamo una cosa nuova nella vita, ma anche viviamo in modo attivo qualche cosa già fatta, ritroviamo il senso del trascorrere del tempo.

A noi la responsabilità di imporre al nostro cervello di “stare attento” a quello che facciamo, a vivere la realtà. Ogni giorno è nuovo, ogni alba è nuova. Noi aiutiamolo, cercando di fare nuove esperienze, di uscire dalla ruotine della nostra vita. Non è fatica, è vita. Non è necessario andare dall’altra parte del mondo per fare questo, basta guardare il nostro mondo con attenzione, con occhi nuovi. Non lasciamo che la vita scorra, viviamola. Accendiamo il nostri sensi e il nostro cervello e tutto sarà nuovo.

Attenzione perché socialmente ci viene indicato uno schema di vita che si basa sull’imparare, sul fare nuove esperienza, i primi anni della nostra vita e poi ripetere, usare, sfruttare quello che abbiamo imparato per il resto della vita. Questo schema è perfetto per la sopravvivenza della specie, dove il principale scopo è sopravvivere, minimizzare lo sforzo per ottimizzare i risultati.
Quel tempo è però passato, il mondo è cambiato, con il nostro fare l’abbiamo incasinato e non possiamo più pensare solo alla nostra sopravvivenza ma dobbiamo pensare alla sopravvivenza del mondo stesso. Dobbiamo quindi tenere il nostro cervello attivo. Dobbiamo forzarlo al lavorare. Questo però è un altro discorso…

Qui nei 18mq ho potuto sperimentare quanto scritto sopra. Rimanere chiuso in questa navicella, limitata nello spazio, nel fare e nelle esperienze, ha completamente azzerato la mia percezione del passare del tempo. Nel mio vissuto, questi 24 giorni sempre uguali, sono stati poco più di un lampo… ma in questo caso va bene cosi. Giusto? Mi riempirò di vita li fuori!!!!


Volete allungare il tempo fra una torta e l’altra, fate nuove esperienze, vivete con occhi nuovi ogni istante della vostra vita, state concentrati, attivate tutti i vostri sensi. State sul qui e ora. Non vivete nelle esperienze del passato, fatelo lavorare questo cervello!!!!! Fate che ogni istante sia un nuovo istante da vivere a pieno…"

ISTRUZIONI:
- La vita si vive ad istanti ed emozioni;
- L'istante diventa vita se i nostri sensi e il nostro cervello sono attivi;
- Il cervello cerca di minimizzare lo sforzo, e tende a non attivarsi se non per nuove esperienze, altrimenti usa schemi/modelli di esperienze precedenti simili;
- La percezione del tempo che passa è legata all'attività del nostro cervello. Il cervello non è attivo, non percepiamo il tempo e questo passa senza che noi ce ne accorgiamo. Il cervello è attivo, percepiamo il tempo che passa e gli diamo valore. Allunghiamo la nostra vita.
- Per avere una vita più lunga, dobbiamo fare nuove esperienze, vivere con occhi nuovi ogni istante. Attivare i sensi, il cervello e stare concentrati nel qui e ora.

Kiki e Xander siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

sabato 2 aprile 2016

Ci ho preso gusto, oggi soldi, felicità, protagonismo...

Cari Xander e Kiki, anche oggi in #18mq Dance Time ho detto alcune cose secondo me molto importati. Ho parlato dei soldi, come parametro sbagliato per valutare la propria vita. Ho parlato di felicità, della necessità di essere protagonisti della nostra scelta di felicità. Di come sia sbagliato valutare noi stessi sulle nostre intenzioni e gli altri sui fatti. Comunque vi lascio la visione.

Il video è una sintesi e quindi ci sono dei taglio, ogni tanto c'è qualche salto di logica. ma lo scopo di #18mq Dance Time è quello di farmi fare attività fisica....



  

venerdì 1 aprile 2016

#18mq Dance Time ispirato....

Cari Xander e Kiki,
qui in ospedale, ogni giorno faccio un video in streaming con Periscope, dove ballo e racconto qualche storiella. Lo scopo principale è quello di fare un po' di attività fisica, ma alla fine è più per divertirmi e condividere con tutti gli amici e con il mondo, un po' di felicità. Ho deciso di pubblicarlo perché, forse per la pioggia, nel video parlo di tante cose per me molto importanti, come la felicità e l'importanza della sua condivisione. Della necessità di riempirsi la vita di persone speciali e del fare nella vita le cose che ci rendono felici e non quelle che ci fanno guadagnare di più. 


Cari Kiki e Xander siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

giovedì 31 marzo 2016

Giampy una persona veramente speciale....

Il mondo è pieno di persone speciali, alcune sono più speciali di altre. Molte volte non te ne accorgi,  ti passano nella vita e le lasci passare. Se sei fortunato, rimangono. Gian Paolo Sandri, detto Giampy è sicuramente una di queste. Oggi è uscita sul settimanale cuneese La Guida, l'intervista che mi ha fatto settimana scorsa...
Giampy ha scritto un bellissimo libro, Cammino da seduto, scaricatelo e leggetelo è bellissimo.




martedì 22 marzo 2016

Un giorno triste per il mondo ma ...

Cari Xander e Kiki,
oggi è un giorno triste per tutto il mondo, sfortunatamente uno dei tantissimi degli ultimi mesi, anni. Lo sentiamo un po' più triste degli altri giorni, perché sono morte delle Persone "come noi". Anche ieri sono morte delle persone, così l'altro ieri, e anche il giorno prima, ma queste persone non erano "come noi", e la cosa ci sembrava meno triste. Ci sembrava lontano, non parte della nostra vita.

Invece oggi, in una importante città d'Europa delle Persone hanno fatto scoppiare delle bombe che hanno ucciso delle altre Persone che stavano vivendo la loro normale vita, una vita come la nostra a pochi chilometri da noi. La differenza di oggi, è che saremmo potuti essere noi i morti.
Sono morte Persone come noi, che vestivano come noi, che facevano i lavori che facciamo noi, che volevano quello che vogliamo noi.

E così, sta succedendo da tanti anni, Persone si uccidono, facendo morire altre Persone, alcune volte "come noi", altre volte no. Ci fa più male e paura quando muoiono persone "come noi". Giusto o sbagliato. Sbagliato è che muoiano persone innocenti.

No, non ho una risposta alla vostra domanda perché?
Ieri, oggi e domani, i giornali sono pieni di risposte alla domanda "perché si uccide?", io non ho ancora trovato quella che veramente mi soddisfa.
Si parla sempre di noi e loro, dei giusti e degli sbagliati, dei buoni e dei cattivi. Ed è vero, è sempre così, ma in alcune risposte noi siamo gli uni e in altre siamo anche gli altri. Quello che sono loro, lo siamo stati noi. Di una sola cosa sono sicuro, loro non sono mostri e noi santi. Loro siamo anche noi, e noi siamo anche loro.
Siamo diversi ma non nell'essere, siamo diversi in questo momento storico nel pensiero e nei valori. Molti di noi hanno capito che uccidere è sbagliato, che la violenza per il potere è sbagliata. Noi abbiamo maggiore consapevolezza del bene, forse. Forse qualcuno di noi la pensa come loro.
Ma ricordiamoci che i nostri nonni hanno compiuto gesti di orrore simili e peggiori a quelli compiuti oggi. NON DOBBIAMO DIMENTICARLO, altrimenti non riusciremo mai a far terminare questo orrore. Dobbiamo ricordarcelo perché solo mettendoci tutti allo stesso livello, possiamo trovare una soluzione. Se ci crediamo migliori, se crediamo che loro siano mostri da bruciare, alimenteremo solo il fuoco dell'odio, e faremo il loro gioco. Odio alimenta odio e i ragionevoli di oggi diventeranno anche loro mostri domani, che saremo noi o loro.

NON dobbiamo perdonare, capire o giustificare gli orrori di oggi. Dobbiamo subito bloccare queste morti ma non so dirvi come, non credo però che lo si possa fare continuando a far finta di niente "qui da noi" e andando a bruciare tutto "la da loro".
Non mi sento di dirvi: "domani continuiamo a fare quello che abbiamo fatto oggi". Continuiamo, facendo finto di niente. Loro ci vogliono impauriti, terrorizzati ma noi invece siamo più forti, domani tutti a ripetere la nostra quotidianità. No, non credo sia giusto far finta di niente,
Non credo neanche sia giusto, per qualche giorno diventare qualche cosa di diverso. Facilmente domani "saremo tutti Bruxelles", bel gesto ma poi passa. E cosa vuol dire che "siamo Bruxelles"? Vuol dire che siamo solidali per i morti? Che non ci hanno ucciso tutti?... Non dobbiamo fare una cosa che poi passa.

Sto banalizzando troppo? Quasi sicuramente si ma lo scopo di questo blog non è quello di risolvere i problemi del mondo. Questo blog nasce con l'idea che sia un posto dove i miei figli, possano trovare qualche suggerimento, consiglio, riflessione, per affrontare la vita e i suoi problemi e magari cercare anche di migliorarla.

Credo di aver realizzato che la questione di base, il problema, sia la divisione fra noi e loro, fra noi e il resto del mondo. Le domande che mi continuano a tornare in mente, in qualsiasi ragionamento che faccio sono: "ma perché noi e loro?", "Ma perché siamo o gli uni o gli altri", "Perché si parte sempre da una divisione tra le persone?", "Perché si è sempre contro qualcun altro e poche volte a favore di tutti?".
Basiamo la nostra vita su io, noi, loro e gli altri. E associamo quasi sempre questa divisione fra i bravi e i cattivi, fra gli innocenti e i colpevoli. Noi siamo sempre e ovviamente nella prima categoria.

Milioni di anni di spirito di sopravvivenza, milioni di anni della legge del più forte e di sete di potere, ci hanno portato a dividerci a non fidarci degli altri. Ci hanno portato a combattere gli altri, a voler le cose degli altri, a voler distruggere gli altri. Cosa c'è alla base delle guerre, del terrorismo e dell'odio? Comunità che si sentono diverse, persone che si sentono diverse. Tantissime giustificazioni e motivi ma la base è sempre sentirsi diversi. Che poi la diversità siano il potere, i soldi, la religione, i gusti sessuali, le idee politiche, e vari colori della pelle, conta poco, la cosa è che siamo diversi. La base è la diversità. E' il nostro quotidiano, noi e gli altri, io e gli altri.

E se questo fosse il problema, anche dei morti di oggi? Se il problema fosse il sentire, vedere gli altri diversi da noi?

Quello successo oggi è dolore fortissimo, è tristezza, è sconforto. E' Rabbia!

Ma non possiamo permetterci di non guardare oltre, e di agire già oggi per un futuro migliore.

Dobbiamo agire per creare una comunità globale, dove il valore sarà proprio la diversità degli elementi che la compongono.

Se iniziassimo a sentire il senso della comunità, di una comunità globale. Se iniziassimo a vedere negli altri un po' di noi, se prendessimo atto della necessità di sentirci tutti dalla stessa parte, dalla parte che si chiama Mondo. Se iniziassimo a condividere i valori dell'Ambiente, della Solidarietà e della Comunità. Se iniziassimo a capire che siamo tutti dalla stessa parte? E dimenticassimo invece i valori che oggi guidano le nostre azioni, come potere, soldi, egoismo?

Chi di voi sa che dal 2006 al 2010, in 5 anni, il 60% delle terre coltivabili in Siria si sono desirtificate costringendo il primo esodo di 1.500.000 di siriani che dai campi si sono spostati verso le città (per più info), creando i primi sconvolgimenti sociali del paese e che hanno poi portato all'attuale crisi mondiale, elemento importante anche degli orrori di oggi?

Questa guerra la vinceremo solo se da domani inizieremo a vedere negli altri, in TUTTI gli altri, la nostra comunità. Se vedremo negli altri, persone che ci possono aiutare e che noi possiamo aiutare. Se accetteremo gli altri per come sono e cercheremo di farci accettare per quello che siamo. Se il nostro vicino di casa sarà la persona più importante nel caso di necessità sia mia sia sua. Quando avremo raggiunto questo senso di comunità a livello globale, non potrà esserci più una guerra, perché non ci saranno più gli altri.

Stiamo già cercando di comporre questa comunità globale per risolvere gli importantissimi problemi del nostro mondo, come quelli ambientali, quello della fame del mondo, quello dei migranti ma non ci sarà mai una comunità globale solida se non sarà composta della somma delle nostre micro-comunità.

Le istruzioini:
- La guerra si vince creando una comunità globale;
- Le comunità sono l'insieme di persone che nonostante le loro diversità, condividono gli stessi valori, come ad esempio ambiente, libertà, rispetto, onesta, ricchezza della diversità e solidarietà.
- Il valore di una comunità è la differenza degli elementi che la compongono;
- Non siamo tutti uguali e sicuramente siamo tutti diversi, anche quelli uguali;

Ho taggato questo posto anche come "Riflessioine in evoluzione", quindi, vista l'importanza dell'argomento e le mie limitazioni, vi chiederei un confronto con i commenti, se volete farlo in pubblico e in condivisione, o via email con me, per poter arricchire, modificare o sconvolgere quanto scritto sopra.... grazie da subito per l'aiuto e il confronto..

Cari Kiki e Xander siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

domenica 13 marzo 2016

L'identità... prime riflessioni...

Cari Xander e Kiki,
con questo post vorrei iniziare una riflessione sul concetto di identità, di chi siamo NOI rispetto a tutti gli altri. Di chi decidiamo di essere.
A questo punto ho due vie: cerco di semplificare il più possibile quello che penso ora o mi addentro in anni di pubblicazioni in materia per confrontarmi con tutte le vie di pensiero e definizioni? Non sono all'altezza della seconda via, quindi, cercherò di non scioccare troppo i puristi del pensiero e dirò la mia. Alla fine questo è Il "Mio" Manuale di Vita...

Premesse: semplificherò, banalizzerò, generalizzerò... potrò un giorno negare e rivedere tutto

Ognuno di noi ha bisogno di un'identità all'interno della società perchè siamo animali sociali e non possiamo prescindere dal riconoscimento degli altri. Questo è il primo punto base: non possiamo prescindere dal riconoscimento degli altri ma dobbiamo ricordarci di non essere quello che ci riconoscono gli altri. Dobbiamo tenerci al centro della nostra identità. Questo non è facile perché nasciamo senza una nostra vera identità e, per i primi mesi di vita, siamo nostra madre, siamo niente più che un organo esterno di nostra madre. Ci vuole qualche mese perchè si cominci ad avere un'identità autonoma che ci viene, comunque, data. Iniziamo con l'essere "figli", cresciamo e questa identità si arricchisce di sfumature che ci definiscono come figli "bravi", figli "capricciosi", figli "studiosi" e così via. Queste identità ci vengono date dai genitori, dai nonni, dagli insegnanti ma quella che pesa di più è l'identità che ci dà la mamma in quanto ancora la figura più credibile ed importante della quale siamo stati parte integrata.
Cresciamo e con noi - attraverso l'esperienza - la nostra identità inconscia ancora costruita da quello che gli altri dicono e pensano di noi. E' un momento difficile da affrontare: è tutto nuovo, è tutta una scoperta, è tutto da gestire e, spesso, questo "NOI" definito dagli altri ci crea malessere e tensione.
Nell'età adolescenziale questa identità imposta dall'esterno inizia a starci stretta. Iniziano i primi conflitti con i genitori, con la società e così diventiamo, sempre per definizione degli altri, ribelli. Iniziamo, finalmente, a prendere coscienza della necessità di una nostra identità, un'identità scelta da noi e non imposta dall'esterno.
Qui il secondo punto base: chi decidiamo di essere, chi vogliamo essere, quale vogliamo sia la nostra identità personale e sociale?

Siamo giovani e totalmente in balia della vita e del mondo. Non abbiamo ancora una sufficiente esperienza per elaborare in modo cosciente la nostra identità. Ma abbiamo bisogno di un riconoscimento famigliare e sociale. Gli altri mi vedono, io ci sono, io esisto, io posso agire.
Cosa facciamo allora? Cerchiamo un modello di riferimento, un modello che può essere il gruppo di amici, il cantante, l'attore, lo scienziato o ne creiamo uno noi prendendo qui e là. Cerchiamo un modello da cui attingere i valori. Cerchiamo qualcosa che ci dica come agire nella nostra identità. Cerchiamo uno specchio in cui rifletterci e modellarci.

Passa il tempo e la nostra identità cosciente si affina distaccandosi, almeno in parte, da quella definita dall'esterno ma molte volte, a guidare la nostra definizione, è ancora la necessità di approvazione sociale e, soprattutto, il lavoro tanto importante nella nostra società. Confondiamo così il nostro ruolo con la nostra identità. Molti confondono la propria identità con il proprio CV.

Se qualcuno di notte ci svegliasse di soprassalto e ci chiedesse: "ma tu chi sei?" quanti di noi, dopo aver detto il nome, direbbero casalinga, impiegato, disoccupato... come all'anagrafe comunale. Diciamoci la verità, chi di noi in questo momento è in grado di rispondere prontamente e sicuro alla domanda "chi sei?"... brividi, vero? Ma se non avete risposto con prontezza e certezza, allora avete una buona possibilità di poter ancora crescere e migliorare... ma questo è un altro discorso, e rischio di farmi casino da solo.

Essendo questo Il Mio Manuale, qui sotto provo a mettere qualche istruzione per la definizione della propria identità:

-) Possiamo essere tutto quello che vogliamo essere. La differenza la fa la voglia di esserlo, non i limiti che vediamo. La differenza non è la persona ma la sua voglia e le sue motivazioni. Tutte le cose bellissime del mondo sono state fatte da persone come noi. Ricordiamoci però che anche quelle brutte sono state fatte da persone come noi.
-) Non definiamo la nostra identità in base a quello che gli altri vedono di noi. Non deleghiamo ad altri il definire la nostra identità. La società è uno specchio distorto perché le persone valutano se stesse sulle proprie intenzioni ma gli altri sui fatti. Intendo: io agisco secondo quello che è la mia intenzione ma il mio agire viene valutato dagli altri secondo la loro interpretazione che non sempre considera/conosce/corrisponde alla mia originale volontà. Quindi qualsiasi cosa ci verrà detta, ascoltiamola e analizziamola ma ricordiamoci che è distorta dalla legge intenzioni/fatti. Sintesi di questo punto:"ascoltiamo tutti, ma pesiamo quello che dicono e soprattutto scegliamo per noi". Alla fine anche noi siamo gli altri e soprattutto siamo gli unici che più ci conoscono e conoscono il perchè del nostro essere.
Questo punto rimane il più difficile e complesso. L'identità è anche riconoscimento sociale e tutti tendiamo a volere un riconoscimento sociale positivo per cui, spesso, rischiamo di dimenticare quello che veramente vogliamo per trasformarlo in quello che la società vorrebbe che fosse.
-) Il fatto è che nessuno può rinunciare ad avere un'identità sociale e personale. Se per quella sociale non ci sono problemi, per l'identità personale è più pericoloso: se risulta essere diversa da quella che vorremmo ... dobbiamo lavorarci.
-) L'identità non può cambiare ma può crescere. Anche questo è un punto molto importante, molte volte cerchiamo di combattere la parte della nostra identità che non ci piace, e lottiamo mettendo tutte le nostre energie li, fino ad arrivare allo sfinimento. Non possiamo cambiare, dobbiamo accettare i difetti, i limiti della nostra identità e concentrarci sul migliorare i fattori positivi che, sicuro, ci sono.
-) Il mondo non è perfetto e quindi tanto meno noi e la nostra identità.
-) Ecco la cosa più importante: troviamo, definiamo la nostra identità e decidiamo chi vogliamo essere rispondendo semplicemente a questa domanda: cosa ci fa felici? L'identità deve tendere alla felicità. La nostra felicità non quella degli altri. Non dobbiamo credere che sacrificando la nostra felicità gli altri ci approvino di più o ci vogliano un bene maggiore. Chi ci ama ci prende per quello che siamo, con i nostri lati belli e quelli meno interessanti.

Cari Kiki e Xander, siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

martedì 16 febbraio 2016

Leggere, leggere e leggere.

Leggere, leggere e leggere. Molto di quello che sono è perché ho letto, e ho letto molto meno di quello che avrei voluto e dovuto per conoscere meglio il mondo e quindi anche me.

I libri che mi hanno insegnato sono tantissimi, partendo da "Il Gabbiamo Jonathan Livingstone" di Richard Bach, perché li ho capito che è giusto cercare la propria strada anche se diversa da quella degli altri e che i nostri limiti sono quelli che decidiamo noi di porti. Dalla lettura del libro è nato il mio motto "Volerò più veloce e in alto delle mie ali".

Libri che ho letto recentemente e che mi hanno lasciato dei semi di idee:
"The secret" di Ronda Byrne
"Steve Jons" di Walter Isaacson
"Open" autobiografia di Andre Agassi
"Pensa e arricchisci te stesso" di Napoleon Hill
"Fuori classe. Storia naturale del successo" di Malcolm Gladwell
"Davide e Golia. Perché i piccoli sono più forti dei grandi" di Malcolm Gladwell
"Braccialetti Rossi: Il Mondo giallo" e tutti gli altri libri di Albert Espinosa
"Sette brevi lezioni di fisica" di Carlo Rovelli
"Il monaco che vendette la sua Ferrari" di Robin S. Sharma
"Il tempo della leadership" e tutti gli altri libri di Alessandro Chelo

Rinunciate a tutti ma non a leggere almeno 1 ora al giorno...